Skip to content

Conoscere per coltivare e difendersi: la difesa integrata

Difesa integrata: Negli ultimi tempi ne avrete sicuramente sentito parlare e, magari spesso, da qualche agricoltore che si vantava dei propri prodotti o stava cercando di venderveli a prezzi elevati.

Attenzione, elevati non vuol dire necessariamente gonfiati. La difesa integrata richiede infatti sicuramente più impegno con il rischio comunque di maggiori perdite in termini di produzione. Altre volte ricorrere alla lotta integrata può rappresentare un vantaggio: sicuramente lo è in termini di salubrità ambientale e qualità dei prodotti agricoli. Come il nome può suggerire, si tratta di integrare la difesa delle colture con pratiche provenienti anche da altre metodologie di coltivazione e con tutte quelle “buone pratiche” agricole che erano andate in disuso.  Ma prima di passare alla spiegazione in dettaglio, è importante sapere una cosa:

La difesa integrata è obbligatoria dal 2014

Ebbene si, con Decreto legislativo 150 del 14 agosto 2012  pubblicato a fine agosto 2012 in Gazzetta Ufficiale, è stato reso obbligatorio ricorrere alle pratiche che ora andremo a dipanare. Che poi molti addetti del settore lo abbiano appreso solo tra il 2015 e il 2017, frequentando il corso per il patentino obbligatorio per l’acquisto (e l’utilizzo) dei prodotti fitosanitari, è un altro discorso.

La norma relativa all’obbligatorietà del patentino era presente già nel su citato Decreto, ma era rimasta lettera molta fino al termine ultimo in cui è stato possibile acquistare agrofarmaci –anche per agricoltura biologica e a prescindere dalla classificazione tossicologica del prodotto fitosanitario.

Nel decreto, gli articoli di riferimento alla difesa integrata sono  il 18 e il 19:

-art 18 “La difesa fitosanitaria a basso apporto di prodotti fitosanitari include sia la difesa integrata che l’agricoltura biologica…”
-art 19 “1. Gli utilizzatori professionali di prodotti fitosanitari, a partire dal 1° gennaio 2014, applicano i principi generali della difesa integrata obbligatoria, di cui all’allegato III. (…)”

La norma indica alcuni elementi e tecniche fondamentali di questa pratica, tra cui:
– tecniche di prevenzione
– monitoraggio delle infestazioni e delle infezioni
– utilizzo dei mezzi biologici
– ricorso a tecniche di coltivazione appropriate
– l’uso di prodotti fitosanitari con minor rischio

Il Pan (piano d’azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, previsto dall’art. 6 del decreto)  definisce ampiamente le condizioni necessarie perché gli utilizzatori professionali dispongano delle informazioni e degli strumenti per l’applicazione dei principi generali della difesa integrata, in linea con gli obiettivi prioritari del Piano, e per farlo impiega ben 90 pagine. Sono salienti questi 5 punti:


– la protezione degli utilizzatori dei prodotti fitosanitari e della popolazione interessata
– la tutela dei consumatori
la salvaguardia dell’ambiente acquatico e delle acque potabili
– la conservazione della biodiversità e degli ecosistemi

Sapere queste cose può aiutarvi a selezionare i vostri produttori di fiducia, ad alzare il livello delle fonti di informazioni a cui vi rivolgete e diventare dei consumatori consapevoli. Senza dimenticare che l’obbligatorietà non si traduce necessariamente con il rispetto della norma, per cui conoscere chi coltiva resta sempre la miglior difesa del consumatore. 

Ma adesso vediamo nel dettaglio alcune di queste buone pratiche e come adottarle negli orti casalinghi.

Antica saggezza perduta unita alla modernità

Tra le tecniche di prevenzione potremmo annoverare una pratica che i nostri nonni conoscevano alla perfezione: la rotazione delle colture. Questo si traduceva nella rotazione quadriennale, spesso intesa come grano – orzo- mais –erba medica, oppure nel lasciare il terreno a maggese, ovvero a riposo per un anno. Questa pratica è conosciuta sin dal tempo degli Etruschi, ma da ancor prima era stato compreso che coltivando ripetutamente cereali sullo stesso terreno, la produttività calava e i raccolti si contraevano. All’inizio i campi sfruttati venivano abbandonati in attesa che la prateria li ricoprisse, apportando nuova fertilità alle terre. 

Oggi sappiamo cosa si cela dietro l’impoverimento del suolo e come utilizzare al meglio sia il riposo che le colture arricchenti, in grado di fissare a livello radicale alcuni nutrienti, o ancora la pratica del sovescio, ovvero il rivoltare nella terra una coltura migliorativa, come le leguminose. La rotazione permette anche di distribuire le colture altamente assorbenti, limitando l’impoverimento dei nutrienti dal terreno ma anche dal prodotto finale. Un prodotto coltivato senza questi accorgimenti potrebbe essere privo di alcuni elementi o caratteristiche, così come determinati terreni o zone ad alta o precisa vocazione conferiscono invece sapori, profumi e qualità organolettiche speciali a frutta ed ortaggi.

L’avvicendamento delle colture rappresenta una buona pratica anche per ciò che riguarda il controllo delle infestanti, dei virus, degli insetti e delle malattie crittogamiche. Non mettendo piante appartenenti alla stessa famiglia nello stesso posto, potete evitare o ridurre l’insorgenza di molti problemi.

Un importante aspetto cambiato dal DL 150 riguarda l’uso a calendario dei fitofarmaci, ora vietato e sostituito con la combinazione –già precedentemente in obbligo- della registrazione dei prodotti impiegati al perchè. Ad esempio, prima (tipo negli ultimi 50 anni) era abitudine uscire con il verderame (prodotto ammesso in agricoltura biologica, ma pur sempre fitofarmaco) magari abbinato a zolfo, a seguito di pioggia o nebbia, per trattare alberi da frutto ma specialmente viti, altamente minacciate dalla botrite (conosciuta come muffa grigia, relativamente al colore grigio cenere assunto dall’uva a causa della sporata di questa specie.). Simile adozioni avvenivano per combattere oidio o peronospera su un alto numero di colture, quali zucchine, fragole, bieta ecc. O peggio le colture venivano trattate a data fissa, ogni mese, a titolo di prevenzione. Adesso è obbligatorio consultare quello che per gli hobbisti può essere uno strumento molto utile: il bollettino di difesa integrata. Potete trovarlo sulla sezione agricoltura di ogni sito regionale, diviso per tipologia di coltura (frutta, ortaggi, olivo, colture estensive e vite). Sui bollettini sono riportate le condizioni climatiche della zona verificando se clima e epidemiologia hanno davvero creato il rischio di insorgenza di un determinato patogeno. Solo alla combinazione di determinate condizioni, rilevate da centraline meteo distribuite sul territorio, come pure alla rilevazione di focolai, si potrà effettuare e registrare il trattamento. Questo riduce di molto l’impatto ambientale dei fitofarmaci, contribuisce a migliorare la salute pubblica e nei nostri orti permette un uso mirato delle cure, con un risparmio economico e un aumento della salubrità del prodotto. 

Un’altra pratica obbligatoria è l’impiego di fitotrappole per la cattura e il monitoraggio di parassiti. L’efficacia di questo metodo si riscontra in particolar modo nel controllo della mosca dell’olivo abbinato alla consultazione dei bollettini. Sopra i 30 gradi infatti, le uova della mosca sono sterili e trattare diventava dispendioso, inutile e dannoso, pur rappresentando un abitudine.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

909 commenti su “Conoscere per coltivare e difendersi: la difesa integrata”